saverio petrilli espone le zolle di terra delle diverse aree geologiche della lucchesia

Ogni sorso ha un perché: la geologia della Lucchesia del vino spiegata da Saverio Petrilli.

Avrei, io (con la fissa per la geologia “vitivinicola”) mai potuto farmi scappare occasione del genere?

Una Masterclass dedicata alla scoperta di 4 (che poi son diventate 5 includendo anche Montecarlo di Lucca) aree geologiche della Lucchesia (Toscana) attraverso il vino.

E infatti eccomi, pronta in seconda fila (la prima era troppo appiccicata alla cattedra) a cogliere anche le virgole di una delle Masterclass che mi sognavo già da un po’ da quando ho finito di leggere quella bibbia geovitivinicola di Pedro Parra. Se non sai di cosa stia parlando, la trovi qua.

E ora partiamo viaggiando tra quattro (ehm cinque) eree geologiche differenti tra loro, al naso e al gusto!

31 marzo 2025. Real Collegio di Lucca. Vini delle Coste.

lineup dei vini assaggiati

Mancano solo 10 minuti all’inizio della Masterclass e ancora non si vede nessuno, se non gli organizzatori. Mi vergogno ad entrare per prima. Faccio un passo ma torno indietro. Ascolto. Nessun calpestio dal corridoio. Mi affaccio. Ancora nessuno, tranne me.

Mah, sarò io troppo fissata con questo argomento? Tanto da farmi alzare un bel po’ prima del solito e per di più di lunedì mattina?

Via, basta, prima o poi dovrò entrare no?! Mi faccio coraggio. Entro. Mi metto a destra? A sinistra? Fammi vedere come si vede nel primo banco a sinistra… naaaaaa facciamo seconda fila. Banco centrale. Ecco, preso!

Non faccio in tempo a sfilarmi lo zaino che arrivano altre persone e io tiro un respiro di sollievo. Lo confesso. Avevo il terrore (sì il terrore perchè ci tenevo davvero tanto a questa Masterclass) che magari venisse rimandata per le pochissime persone presenti.

E invece le persone sono arrivate! Meno male!

Si inizia.

Prende parola Luigi Fenoglio dell’azienda Malgiacca e Tenuta di Forci in Lucchesia. Saverio Petrilli sembra in ritardo (e per una giustissima causa che leggerai tra qualche riga).

Luigi inizia subito a raccontarsi:

“[… ] io non sono di Lucca. Sono nato e cresciuto a due passi dalle Langhe crescendo in un ambiente in cui il vino è legato molto al concetto di mono vitigno: Nebbiolo, Nebbiolo, Nebbiolo… Barbera, Barbera Barbera… a seconda delle zone ovviamente.

Il concetto di territorio l’ho capito meglio negli anni per cui trasferirmi a Lucca una ventina di anni fa è stato scioccante per me.

Ho trovato delle vigne da tradizione lucchese in cui ci sono tantissime uve differenti piantate durante gli anni. Ma tutto ciò ha una profonda motivazione storica.

Ed ecco che ci elenca i motivi. E io non posso che essere più felice di così. Adoro collezionare i perchè di ciò che esiste oggi.

Sono 3 i motivi di questa eterogeneità che si trova nelle vigne della Lucchesia:

  1. L’assoluto buonsenso contadino: il legame agricolo del contadino con la terra è una cosa che mi ha davvero colpito. La scelta di avere queste vigne così composite è riconducibile prima di tutto al clima della zona; l’influenza del mare da una parte si fa sentire molto con la sua aria benefica che fa partire la vegetazione spesso in anticipo ma da dietro abbiamo l’altopiano delle Pizzorne, le Apuane, c’è l’Appenino per cui si incanalano delle correnti fredde e abbiamo spesso anche gelate improvvise. Quindi, storicamente più varietà di uve si mettevano nelle vigne più uva matura potevo riportare in cantina;

  2. Il motivo storico: Lucca è un territorio votato storicamente all’indipendenza (non è un caso che le mura siano ancora su) e di commercio, per cui c’erano un sacco di mercanti che giravano il mondo e tornando indietro, portavano le uve che trovavano in giro;

  3. Più uve ci sono in una stessa vigna e più quello che beviamo alla fine è il territorio per cui non c’è un vitigno che viene fuori con la sua esuberanza e il suo ego sovrastando il terroir.”

Detto questo Luigi passa poi ad introdurre Saverio (che ancora non si vede… chissà dove sarà o che contrattempi avrà avuto, mah!).

Da Luigi finalmente inizio a capire perchè a Lucca, proprio a Lucca si trova una concentrazione di vigne condotte col metodo della biodinamica. Bello no quando inizi a mettere tutti i tassellini insieme.

A Lucca sul finire anni ’90 inizio anni 2000, la tradizione agricola è approdata naturalmente alla biodinamica. Su stimolo di Saverio Petrilli è cominciata la diffusione di questa pratica fino a che non ci siamo resi conto che il 75% delle aziende che producono vino a Lucca sono in biodinamica.”

Luigi prosegue il discorso confessando che ai primi discorsi che ha sentito fare sulla biodinamica si sarebbe bevuto volentieri una tanica di diserbante alla goccia.

Erano davvero troppo gli intellettualismi gli giravano intorno!

Pur inizialmente essendo scettico sul concetto della biodinamica è proprio grazie a Saverio che Luigi si ricrede sul metodo grazie ad un piccolo aneddoto a grande impatto visivo.

Così ci racconta di quella volta in cui ha assistito ad una conferenza di Saverio che non ha parlato direttamente di biodinamica, ma ne ha fatto vedere i risultati semplicemente portando due zolle di terra: una coltivata con metodo convenzionale e l’altra con metodo biodinamico.

Luigi è rimasto folgorato dall’impatto visivo del risultato della biodinamica sul suolo.

“Solo una volta che riesci davvero a capire e soprattutto a vedere i risultati della biodinamica sulla strutturazione delle zolle di terra allora dici: davvero questo metodo può fare la differenza sulla salute del suolo e quindi delle piante e quindi dell’uva e quindi del vino…”

Al di là delle 1000 proiezioni che vengono fatte sulla biodinamica, ci fa capire che a lui, quello che più interessa è che tutti gli sforzi siano incentrati sulla salute dei suoli, convinto che un ambiente sano semplicemente porti a piante sane ovvero a uva matura e quindi a un buon vino.

Ecco, partendo da questo presupposto, è nato anche l’impatto visivo di questa Masterclass. L’arrivo trafelato di Saverio con delle casse di legno da cui spuntano ciuffi d’erba dritti come soldatini giustifica in pieno il suo “giustificatissimo” ritardo!

Vanga e calice: 5 zolle di terra per 5 aree geologiche da indagare col vino.

Sì, Saverio è arrivato tardi proprio perchè era a recuperare, in vigna e con la vanga, le zolle per farci vedere e non solo parlarci dei vari terroir della Lucchesia.

le cinque zolle di terre portate da Saverio
Le 5 zolle di terra in cattedra.

E questo perché come disse Beppe Ferrua della cantina La Fabbrica di San Martino a Lucca:

“Alla fine il vino cos’è se non la conseguenza diretta della fertilità della terra?!”

E su questa frase Luigi lascia la parola a Saverio che, nel mentre, sistema con estrema cura le profumatissime zolle di terra. Eccole lì, in bella vista come in vetrina.

Intanto a me sale ancora di più l’aspettativa per questo assaggio geologicamente vinicolo! Di cuore mi vorrei alzare subito per andare ad annusare e toccare quelle zolle. Di testa mantengo una certa compostezza.

Com’è nata l’attenzione di Saverio verso la biodinamica?

Saverio si presenta coi suoi perché e con la genesi del suo lavoro.

Lavoro da 30 anni sulle colline lucchesi ma non sono lucchese.

Mi sono occupato per 28 anni della tenuta di Valgiano. E i primi 10 anni li abbiamo dedicati tutti a capire dove fossimo collocati, visto che Lucca non è propriamente indicata in modo specifico sulle mappe del vino, benchè faccia vino da sempre e abbia una delle denominazioni più vecchie della Toscana.

C’è da dire che Lucca ha avuto uno sviluppo industriale molto forte e questo ha portato via energie dall’agricoltura e dal vino.”

Sospira e continua il suo racconto con un aneddoto che ci fa capire perchè Lucca non sia mai stata così in vista sulle mappe del vino.

“Io sono arrivato a Lucca dal Chianti Classico nel 1994, periodo in cui una damigiana di vino in Chianti costava 50 mila lire mentre a Lucca veniva ben tre volte tanto, 150 mila lire.

Lucca aveva un mercato della damigiana così forte che la gente non si impegnava a fare vino in bottiglia.

Bene, ma tornando a Saverio, da dove è venuta fuori tutta quella passione e accortezza che ha per il suolo?

Saverio negli anni ’90 ha studiato per il Master of Wine e ha scritto una tesi dal titolo “The Importance of Soil” (ma guarda un po’) dove la sintesi sua è stata che alla fine…

“[…] non ne sappiamo niente di suolo!”

Per questa tesi ha intervistato un famoso professore di Bordeaux di cui riporta una frase che gli è rimasta particolarmente impressa:

“Se mi porti un grande vino scopro perché è grande nel terreno, ma se mi porti un terreno non non so che dirti, perché le variabili sono troppe.”

Questa attenzione verso il suolo gli ha fatto capire in quegli anni che l’agricoltura convenzionale aveva davvero un impatto devastante.

“Ho cominciato col biologico, personalmente ho litigato con tanti biodinamici europei. Ma sono arrivato a comprendere come davvero funzionasse la biodinamica grazie ad Alex Podolinsky.

Ecco per lui il metodo di agricoltura biodinamica era estremamente pratico.”

Per l’esperienza di Saverio, con l’agricoltura biodinamica il terreno prende davvero uno slancio, può esprimersi. E non c’è altro prodotto come il vino capace di trasportare il senso del terroir. E lo trasporta sia nel tempo (negli anni di vita del vino) che nello spazio (dal terroir al vino).

E questa, spiega Saverio, è la base di tutte le sue riflessioni.

La selezione delle vigne passa prima di tutto dal calice.

Saverio ci dice che nel 2017 ha iniziato un progetto parallelo personale chiamato Malgiacca.

Racconta che la sua prima annata gli fu servita bendata in uno dei migliori ristoranti di Lucca. E non lo riconobbe. Ma ci sta per essere una prima annata.

La cosa che lo colpì è che non lo riconobbe come toscano.

Ciò gli dette da pensare: bisognava mettere insieme tutti i produttori di Lucca per fare delle degustazioni comparate. E perchè poi non farlo insieme all’aiuto di 3 geologi?

“Sono proprio loro che ci hanno dato una prima spiegazione a quella eterogeneità che noi sentivamo nei calici. Di fatti a Lucca arrivano 3 domini geologici che si intersecano le dita di una mano:

  1. il dominio toscano
  2. il dominio ligure toscano
  3. il dominio ligure

Per cui, da una collina ad un’altra si possono avere grandi differenze. Ciò spiega la grande eterogeneità dei suoli di Lucca rispetto ad altre zone toscane più omogenee.”

Ma questo, in un certo senso, spiega anche il perché dell’eterogeneità dei vitigni che si ritrovano nelle vigne a Lucca.

Secondo l’esperienza di Saverio, essendo in presenza di una tale eterogeneità, la maniera migliore per leggerla è proprio attraverso l’eterogeneità dei vitigni per evitare che il singolo vitigno travalichi l’impronta del terroir col proprio ego.

Piccolo inciso: io su questo aspetto son rimasta un po’ dubbiosa. Forse non ho abbastanza esperienza, forse mi manca qualche pezzettino, non lo so. Ad ogni modo, intanto ti lascio qui questo mio pensiero. Lo riprenderò fra qualche riga, quando arrivo all’assaggio del sesto vino. 

Intanto mentre mi iniziano a gironzolare per la testa mille perchè, per cosa e ma come??!!! Saverio continua il discorso:

“Vedete, in Borgogna l’individuazione dei terroir non si è avuta subito tramite i geologi. I geologi sono arrivati dopo a spiegare quello che i monaci innanzitutto, i vignaioli poi, avevano già selezionato le vigne attraverso il bicchiere. Assaggiando uva e vino avevano individuato delle differenze e le avevano consolidate coi muretti, suddividendo i vigneti per omogeneità di calice. E questa è una suddivisione che è avvenuta dal vino ed è il modo più sicuro per comprendere l’espressione del terroir.

Dalla degustazione di riunione dei produttori di Lucca insieme ai geologi, sono venute fuori quattro macro aree su Lucca.

È stato un lavoro fatto per i vignaioli di Lucca affinchè ogni produttore diventi consapevole del terreno che ha. Un modo per far sì che ciascun produttore non cerchi di fare il vino che hai in testa ma faccia il vino che ha nel campo.

“Perchè se un produttore ha un terreno sciolto da cui viene fuori un vino leggero ma cerca di fare un vino più strutturato, ne uscirà sempre una cosa forzata.E allo stesso modo se ha un grande terroir non deve, perchè ora vanno di moda i vini leggeri, alleggerirlo ma bisogna che rispetti il terroir come responsabilità di produttore verso la comunità. Infatti se hai un grande terroir e lo spingi al massimo nel suo rispetto e senza snaturarlo, fai un bene per l’intera zona perchè ne elevi il prestigio con una ricaduta benefica su tutto il territorio.”

Sempre in riferimento all’eterogeneità che si trova sul Lucca, Saverio ci racconta che  in passato è stato molto criticata perché per un degustatore è complessa da inquadrare e capire:

“[…] troppi vitigni troppe cose, non si capisce. Ma non si può mutare questa eterogeneità che deriva da perché storici in nome dell’esigenza semplificativa della comunicazione perchè la natura non semplifica, o la seguiamo o la rifiutiamo con evidenti risultati.”

E io in questa frase mi ci ritrovo in pieno. Non si può immolare la complessità della realtà nel nome di una semplicistica classificazione. 

Mi vengono in mente (deformazione professionale, sigh) tutte quelle regole che sembrano venir fuori come dictat da seguire per creare contenuti per i social media. Sembra che si debba seguire una ipersemplificazione di tutto tanto da uscire fuori con un nudo e crudo scheletro rosicchiato. Questa non è rappresentazione della realtà ma sua semplicistica banalizzazione. 

Anche quando un argomento è complesso mi sforzo nel rendergli giustizia presentandolo per quello che è. Viene un contenuto più lungo? Pazienza. Catturerà l’attenzione di meno persone ma di quelle che son davvero interessate a ciò che ho da dire. Di quelle persone che non si vergognano di prendersi un po’ di tempo per sè da investire nel comprendere la complessità della realtà.

Le 4 macroaree vitivinicole delle colline lucchesi più una.

Eccoci ci siamooooooo. Saverio inizia a parlare dei 4 terroir individuati nelle colline lucchesi più uno: la zona di Montecarlo di Lucca.

Il primo terroir è la parte più bassa delle colline lucchesi con terreni alluvionali piuttosto sciolti che fanno vini leggerini, molto profumati.

“[…]tanto che spesso può succedere di avere in questi vini l’alcol più alto ma in degustazione è in questi vini che percepisci più leggerezza che nei vini con magari un alcol più basso fatto su un altro terroir.”

Da qui vien fuori il vino che lui chiama da pane e salame, da estate, da bere anche fresco, anche se rosso.

Mentre spiega il primo terroir Saverio è interrotto da una domanda:

“Ma sul grande terroir qual è la componente del terreno più importante, argilla, sabbia, calcare o cos’altro?”

Saverio ammicca un sorriso e risponde con la frase del prof. di Bordeaux citato qualche riga sopra. Questa volta aggiunge anche un esempio per farci capire meglio.

Non c’è una componente più importante.

Pensa alle zone di Medoc e Pomerol. Nel Medoc hai terreni sciolti, profondi, poveri, molto sabbiosi perché riprendono la composizione dalla riva della Gironda, drenanti. Permettono però un grande sviluppo radicale per cui le piante sviluppano un apparato radicale molto vasto e riescono così a nutrirsi anche in un terreno molto povero perchè la pianta ha accesso ad uno spazio più grande. Poi la falda freatica in estate cala per cui non abbiamo eccesso di acqua e se piove questo tipo di terreno drena molto rapidamente, per cui non si crea accesso di acqua.

A Pomerol invece abbiamo le argille tra le più pesanti che ci siano. Molto ricche, ma che non consentono un grande sviluppo radicale perché molto strette. Le radici si sviluppano in estate tra le spaccature che si creano nell’argilla e quando piove la terra si gonfia e le stritola. Quindi c’è poco sviluppo radicale per cui non c’è un eccesso di nutrizione alla pianta. Inoltre queste argille si sigillano con la pioggia per cui quando piove, l’acqua scorre sulla superficie.

Quindi abbiamo condizioni completamente opposte, ma si creano allo stesso modo due grandi vini da due grandi terroir.”

E poi aggiunge:

“Vedete, in questo gioca molto la sensibilità del produttore che già assaggiando l’uva, sente un’intensità, un carattere che quando la vinifichi si esprime ancora di più e nel tempo aggiusterai le tue vinificazioni seguendo quei messaggi che ti arrivano, dall’uva e in vinificazione.”

Saverio crede che il lavoro dell’agricoltore non sia tanto lontano da quello dell’artista: ovvero il riuscire ad avere una forte percezione dell’ambiente che ti circonda e questo è essenziale, non il giudizio nè i preconcetti.

Cita qui un aneddoto che gli è capitato durante la sua attività di consulente per cui un produttore lo chiamò per fare un grande vino e per farlo sarebbe stato disposto ad andare a prendere la terra in Francia per portarlo nel suo vigneto… come se fosse così semplice!

Quindi la terra è sì importante ma ancora più importanti sono le connessioni che avvengono in quella terra: se da una parte il suolo lo si studia con la pedologia, quale studio della parte superficiale del terreno, poi abbiamo anche la geologia come studio della parte profonda del terreno che in qualche modo, comunque influenza la parte superficiale perchè c’è una qualche sorta di comunicazione tra i due.

“[…]e per capire bene gli effetti di pedologia e geologia è fondamentale ridurre le variabili in gioco ovvero assaggiare i vini con solito stile di vinificazione.”

E qui di nuovo, Saverio racconta un altro aneddoto di quando iniziarono le degustazioni di gruppo per capire come suddividere il terroir della lucchesia.

“Alcune persone tra le più analitiche del gruppo insistettero nel ridurre le variabili per cui volevano considerare il monovitigno, solo Sangiovese. Tuttavia, nella zona è davvero molto difficile trovare i vigneti di solo Sangiovese. Ad ogni modo abbiamo provato a fare questo test da mono vitigno, ma quello che ne uscì fuori è che sono i vigneti coplantati (ovvero con eterogeneità nella varietà dei vitigni piantati) che  esprimono molto più chiaramente le differenze tra un terroir e un altro che non i vigneti di singolo Sangiovese. È come se l’ego del mono vitigno prevalichi sul terroir.”

Invece, dove c’erano tanti vitigni, c’era un gioco di squadra che consentiva meglio l’espressione pura del terroir. Da qui l’idea di presentarci in assaggio dei blend comunque a prevalenza di Sangiovese (tranne l’ultimo vino che è stato un outsider).

Il secondo terroir individuato è la zona di Gragnano. Questo era un antico lago pre-glaciale dove si sono depositati i sedimenti delle montagne che stanno intorno, ovvero delle argille rosse che portano una sapidità notevole ai vini.

Il terzo terroir è la fascia collinare che va da Valgiano fino a San Gennaro a Est del Serchio. Dei terreni più antichi, primordiali nel senso che non si sono ancora trasformati completamente e portano una certa ostilità nel vino dando tannini più quadrati e vini che maturano lentamente. Qui le argille calcaree di alberese danno vini austeri da giovani ma di grande eleganza.

Il quarto terroir è il polmone collinare ad Ovest del Serchio, nella zona di Pieve Santo Stefano dove torniamo su argille che mettono insieme all’austerità della fascia collinare orientale, una freschezza e una suadenza vellutata per vini più integrati già da subito.

Quinta parte, a sorpresa, è la zona di Montecarlo di Lucca, una parte a se stante rispetto alla Lucchesia.

Non solo geologicamente parlando ma anche culturalmente. E Saverio ci tiene a spiegarne il perchè.

“Montecarlo è appartenuta per tantissimi anni a Firenze. Pensate che a Montecarlo il pane è senza sale, tipicamente toscano, mentre a Lucca il pane si fa col sale. La Repubblica di Lucca aveva una cultura diversa per cui Montecarlo culturalmente rimane diversa e in particolare più toscana […]. 

Una delle motivazioni per cui la biodinamica si è sviluppata così bene nella lucchesia è che il lucchese è abituato al dialogo. La Repubblica di Lucca rinunciò ad avere l’esercito nel 1300 e basò tutta la sua libertà sulla diplomazia (sorride e fa un inciso ricordando che a volta ha usato anche i suoi soldi per pagare i pisani purché se ne andassero) che vuol dire la comprensione dell’altro.

Pensate anche alla tipica fattoria di Lucca: una casa lunga con un tetto a due falde perchè in un momento imprecisato, poteva aggiungersi un’altra famiglia per cui la casa veniva allungata e arrivava un’altra famiglia con tutti i suoi animali. E ce l’avevi alla porta accanto!

La Toscana era invece feudale per cui avevi i mezzadri che vivevano in cima ad una collina, soli. Si incontravano il giorno del mercato però poi se ne ritornavano nel loro spazio da soli. Non c’era un contatto continuo.

[…] Fondamentalmente il toscano può anche essere gentile anche se a volte un po’ rude, ascolta quello che dici, ma rimane che comunque dell’idea per cui… quello che faccio io è più buono! Questa è la sintesi dello spirito toscano che si differenzia tantissimo da quello lucchese.

Il lucchese invece è abituato al dialogo per cui guarda, osserva, è aperto e anche per questo in Lucchesia ci sono vitigni che provengono non solo da tutta Italia ma anche da tutto il mondo: Barbera, Tazzelenghe, Nebbiolo, Syrah, Roussannne, Chasselas, etc. etc..”

Piccolo inciso: sembra che i vitigni di origine francese derivino dal rientro dei lucchesi post riforma. Infatti per evitare il tribunale dell’inquisizione, Lucca fece un accordo con la chiesa cattolica e spedì in Francia e Svizzera le famiglie protestanti. Gran parte della generazione successiva rientrò a Lucca portandosi dietro una parte della cultura che avevano acquisito in queste nazioni, tra cui i vitigni.

Il perchè del Nebbiolo in Lucchesia l’ho trovato invece post masterclass assaggiando il Sacripante della cantina Maestà della Formica in Garfagnana. Prima del 1800, le donne della zona andavano a fare da balia in Francia passando prima da una sorta di centro di smistamento a Torino in Piemonte. Capitava così che, al rientro, riportassero in Garfagnana viti di Nebbiolo.

I terroir della lucchesia in assaggio nel calice.

Il vino inizia a riempire i calici. Saverio continua a raccontarci la sua esperienza a tema terra:

“La terra è sempre un argomento ostico di cui parlare perché non viene mai considerata: ma in realtà continuiamo ad ignorare ciò che ci sostiene.

Alex Podolinsky è stato l’unico, che io sappia, che si è occupato negli anni ’50 della terra e della vitalità della terra.

Avete mai pensato che quando andate a fare la vostra passeggiatina nel campo o nel bosco voi siete come un gigante che cammina sulla città dei microrganismi?

E cosa succede? Che quando ci facciamo la nostra passeggiatina creiamo un terremoto. E dopo il terremoto quella comunità di microrganismi è impegnata a ricostruire tutto. Quindi dietro di noi ci sono milioni di creaturine che ricostruiscono la struttura del terreno con un lavoro colossale.

Ma pensate anche a quando piove. L’acqua contiene anche azoto e ci sono microrganismi che insieme ad alcune piante legano questo azoto alla terra, lo trattengono e poi lo scambiano come in una città.

Tutto questo per farvi riflettere sul fatto che là sotto c’è una vita enorme che si muove costantemente e noi continuiamo ad ignorarla. 

Ah, un’altra cosa. La banca principale del carbonio è la terra stessa, lo sapete no?! Basta pensare che le fonti energetiche che noi utilizziamo provengono tutte dalla fotosintesi: il petrolio altro non è che la fotosintesi di piante di milioni di anni fa e così il carbone, il gas etc etc..

Basterebbe riattivare la fertilità del terreno per avere piante efficienti nella fotosintesi e avere anche per il futuro delle banche energetiche che partono dall’energia solare.

Ma vi dirò anche quest’altra cosa. Nel processo della fotosintesi in una pianta che funziona, ovvero che non è drogata da una concimazione esterna, si producono aromi e polifenoli che sono ciò che è essenziale per la nostra nutrizione: per questo la biodinamica funziona proprio perché portano dei vini che hanno caratteri aromatici e che hanno dei tannini maturi.

Ma se non hai piante efficienti nella fotosintesi, ti trovi a dover correggere il vino, aggiungendo quello che la foglia non ha prodotto: invece nella biodinamica, come dice Alex Podolinsky si crea salute, non si curano le malattie.

Tant’è che spesso, dove c’è una carenza di fotosintesi per cui mancano tannini e aromi, si supplisce con legno nuovo, tannini e aromi del legno. E questo con un dettaglio trascurato. Gli esseri umani possono mangiare tutto, ma non hanno gli enzimi per digerire il legno. Quindi ogni volta che beviamo vini molto legnosi la digestione rallenta e porta sonno, un rallentamento del metabolismo e un problema nello smaltimento dell’alcol dovuto al metabolismo che rallenta. Se invece sono tannini e aromi creati dalla fotosintesi della foglia, beh questi sono super digeribili!”

Io adoro queste digressioni. Starei ad ascoltare Saverio per ore. Per me è magnetico ciò che dice e io immagazzino tutto nel mio quadernino per costruirmi la mia conoscenza sul mondo del vino come un puzzle. Lentamente ma inesorabilmente e con grande piacere.

E ora si parte con gli assaggi: vino nel calice da una parte e zolla di terra dall’altra. L’esperienza di Saverio, l’anello di congiunzione.

Primo vino: profumi e gusto di Montecarlo.

bottiglia di vino e zolla di terra di montecarlo
Bottiglia di vino e zolla di terra di Montecarlo.

Inizia l’assaggio e andiamo sul primo vino che viene dal quinto terroir, Montecarlo di Lucca.

La cantina è Tenuta i Masi. Il vino un IGT Toscana Rosso, annata 2023. I vitigni Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Affinamento in cemento.

La fragranza e la freschezza nel vino è il carattere distintivo del terroir di Montecarlo di Lucca. Si percepisce già al naso e dal colore del vino.

Il naso è intenso e floreale di peonia e ciclamino. Il frutto è rosso e croccante, di quello che proprio l’affinamento in cemento tira fuori.

Aggiunge Saverio:

Il vino è leggero come il territorio di Montecarlo permette di realizzare il vino. Qui infatti gli estratti sono sempre più bassi. voler ottenere un vinone e un estratto importante su Montecarlo di Lucca vuol dire forzare il territorio che invece può darti una fragrante acidità su un vino che rimane leggero in bocca.”

Insieme si dà un occhio anche alla zolla di terra: c’è un parte argillosa notevole abbastanza forte e una parte limosa. Purtroppo però ancora sappiamo molto poco di questa zona. Chissà in futuro se ci saranno sviluppi!

Secondo vino: profumi e gusto dei terreni sciolti alluvionali ai piedi delle colline Lucchesi.

bottiglia del secondo vino e zolla di terra dei terreni sciolti fondo collina lucchese
Bottiglia di vino e zolla di terra dei terreni alluvionali sciolti ai piedi delle colline Lucchesi.

Il secondo vino proviene invece dai terreni sciolti, sabbiosi, alluvionali che si trovano in basso, ai piedi delle colline lucchesi, destra Serchio e sinistra Serchio.

È il Dalìtro 2024 di Malgiacca. Il 50% è Sangiovese accompagnato dai toscani Canaiolo e Ciliegiolo.

In questa zona i suoli sono di trasporto del Serchio. Danno una beva molto fresca con un frutto però leggermente più scuro se paragonato a quello della zona di Montecarlo e una nota leggermente più vegetale al naso che dà un leggero finale amaro.

Qui la zolla di terra fa vedere un terreno molto sciolto che tende a sbriciolarsi. Un terreno sabbioso ai piedi delle colline.

Saverio fa un piccolo inciso molto utile per capire visivamente i risultati della biodinamica:

“Guardate questa zolla, pur essendo di fronte a un terreno molto sciolto e sabbioso, la biodinamica riesce a tenere insieme anche la sabbia!

In che modo? La biodinamica fa sì che ci siano migliaia di radici che si sviluppano e tengano insieme la sabbia attraverso gli essudati radicali e i microrganismi. Così i terreni che in altri modi coltivati si sgretolerebbero, hanno invece una loro colloidalità.

Inoltre le radici in un terreno sabbioso tendono a crescere molto perchè hanno a disposizione un sacco di aria e l’aria è l’elemento vitale per la vita dei microorganismi! Un sacco di aria significa un sacco di vita nel terreno!

Terzo vino: profumi e gusto di Gragnano.

terza bottiglia di vino e zolla di terra di gragnano
Bottiglia di vino e zolla di terra di Gragnano.

Terzo vino, il Malgiacca rosso 2022, blend di 50% Sangiovese accompagnato dai toscani Canaiolo, Ciliegiolo, Malvasia Nera e da diversi altri vitigni provenienti da altre regioni italiane e dall’estero: Barbera, Montepulciano, ma anche Chasselas, Merlot e Syrah.

Qui siamo nell’antico lago pre-glaciale di Gragnano.

Il naso e più speziato e quasi salmastro. Il floreale è più secco. Il vino è sapido e il tannino suadente e vellutato.

Questa sembra essere la cifra principale di questa zona di terreno.

La zolla di terra qui è di tipo sedimentario, argillo-limosa.

Quarto vino: profumi e gusto della costa collinare ad Est del Serchio che va da San Gennaro a Valgiano.

bottiglia quarto vino e zolla di terra costa collinare est serchio
Bottiglia di vino e zolla di terra della costa collinare ad est del Serchio.

Quarto vino, il Madrigali 2022 di Malgiacca. Sangiovese al 90% accompagnato da Ciliegiolo e Canaiolo. Solo acciaio.

Questo vino esprime l’espressione della costa collinare più austera, quella che va da San Gennaro a Valgiano.

Quella che consente di coltivare più Sangiovese rispetto alle altre zone, perché qui riesce ad avere la corretta maturazione, mentre nelle altre zone fa fatica a maturare.

Più chiuso al naso inizialmente, ma è quello che poi, se aspettato diventa più complesso al naso con sentori terziari di spezie dolci (sì, anche se il vino non ha toccato legno)

È per me il vino meno esile al gusto se paragonato agli altri assaggiati fino ad ora. Qui si inizia ad avere un po’ più di sostanza che si mastica.

Si sente che il qui è più quadrato e infatti, tendenzialmente, è un vino a cui si riconoscono influenze chiantigiane.

Saverio sorride nel dire che questo è il vino che piace anche ai suoi amici chiantigiani mentre il terzo vino ha un gusto, come dire… più lucchese, ecco.

È un vino che sicuramente invecchia lentamente.

La zolla di terra di questa zona ha delle argille pesanti con delle rocce in mezzo. Saverio aggiunge che l’argilla è un tipo di suolo molto resiliente (la chiama slow soil): può trattanere la fertilità per un periodo molto più prolungato rispetto alla sabbia (quick soil).

Quinto vino: profumi e gusto della costa collinare ad Ovest del Serchio zona Pieve di Santo Stefano.

bottiglia di vino e zolla di terra da pieve santo stefano
Bottiglia di vino e zolla di terra della cosata collinare ovest del Serchio.

Il quinto vino è Le Voliere 2022 di Forci. Blend di 80% Sangiovese, 10% Canaiolo e 10% Colorino.

Qui si sente una consistenza tannica molto simile al quarto vino (quello della costa collinare più austera, ed Est del Serchio) ma già più distesa.

Di fatti qui le argille fondono l’austerità della fascia collinare ad est del Serchio con la freschezza e una suadenza vellutata del tannino.

Per me questo vino rimane sempre più chiuso al naso come il quarto ma ha un’esplosione di frutto scuro al palato con una piacevole spezia dolce che ricorda l’anice.

Nella quinta zolla si può vedere come non si abbia qui un’argilla così pesante e “primordiale” come la quarta.

Sesto vino: il monovitigno da Gragnano.

Il sesto vino Saverio ce lo presenta come un outsider. È il Cabernet Franc in purezza di Tenuta Lenzini, affinato in acciaio e cemento. 

“Ritorniamo a Gragnano ma con un monovitigno per dimostrare che spesso, l’ego del monovitigno esprime se stesso al di sopra del territorio.”

Ed ecco che mi riallaccio alla riflessione di qualche riga sopra.

Secondo me, se paragonato al terzo vino (quello di Grangnano), questo qui in assaggio ha un naso più prorompente, più spostato sul frutto, di scorza di arancia sanguinella e mandarino. Magari dal naso il suolo non si riconosce subito ma da quello che ho percepito io, il suolo viene assolutamente fuori all’assaggio.

Questo Cabernet Franc non è solo croccante ma anche incredibilmente saporito.

Per me lo stile del suolo si riconosce nella notevole impronta sapida al gusto che appunto ricorda l’orma di Gragnano. Ma questa è la mia opinione personale, forte anche di ciò che afferma Pedro Parra nel suo libro Terroir Footprints:

“More than focusing on the aromas, which can be easily manipulated by man, it is the sensation in the mouth that comes from the terroir, and this is unique to every place and not so easy to manipulate by winemaker.” 

I miei pensieri.

Ti dico solo che già al ritorno in treno ho iniziato ad organizzare i pensieri per uscire fuori con questo articolo. Volevo condividere con te tutto quello che ho raccolto il prima possibile!

Mi ha colpito nel profondo questa Masterclass. Mi hanno colpito quelle zolle in cattedra e la possibilità di toccare, annusare quel suolo e quella terra abitate dalle viti di cui abbiamo assaggiato il vino.

Lo so che ci sono tante altre variabili che fanno di un vino quello che è. Non solo la geologia nuda e cruda ma anche quello che abita il suolo e poi in vigna e in cantina le decisioni di più o meno rispetto per l’uva e il vino. 

Ma per me il suolo rimane una componente fondamentale per capire cosa aspettarsi nel calice ma anche un metro di rispetto del terroir da parte di chi ha realizzato quel vino perchè alla fine puoi prendere tutte le decisioni che vuoi ma se davvero vuoi rispettare il terroir devi metterti in testa che

[…] each terroir implies a specific wine style.” cit. Pedro Parra

Per fare il vino che hai nel campo e non quello che hai in testa.

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2 risposte

  1. Bello Bello! e chiaro questo articolo, fa riflettere sul significato di terroir…
    Il terroir comprendente tutto, con la sua storia, le sue variabili, il clima, il
    “SUOLO”, appunto, le VARIABILI e “le scelte dell’ uomo, tanto!
    “in quel luogo”, in quel terrour…
    partendo proprio dal suolo!
    e dell’ importanza che andrebbe aiutato, valorizzato, non snaturato!
    Il mix di vitigni che sono arrivati lì, ci raccontano la storia, come hai detto anche te, e risottolineo la frase che ha detto il relatore della masterclass a cui ho partecipato il giorno prima, sempre ai vini delle coste, parlando della Lucchesia:
    ” I produttori, e quindi il loro vini, dovrebbero esprimere e raccontare il loro territorio”, quindi alla fine, siamo sempre noi, a livello umano, che possiamo fare la differenza e la qualità. Con le nostre scelte creiamo il destino della nostra terra, come nella vita del resto, perlomeno su ciò che possiamo pilotare, salvo catastrofi, come vediamo ovunque!
    Anche quelle, se ci pensiamo bene, sono state, e lo sono tutt’ oggi, causate dall’ uomo. Un produttore in quel di di Borgo a Mozzano, che ho visitato poco tempo fa, ha detto:
    ci lamentiamo delle frane, va bene sono disastri, ma l’ uomo ha abbandonato queste terre, incolte, cosa vi volete aspettare?, oltre a tutto il resto, inquinamento e via dicendo!

    Grazie Sara per la condivisione!

    1. Grazie a te Debora per le tue parole e il tuo entusiasmo! E bello avere persone come te con cui condividere i miei piccoli passi alla continua ed inesauribile scoperta di storie, racconti, persone, ispirazioni che solo il vino riesce a farti scoprire.

      Grazie ancora per avermi letta e per esserti presa tempo per condividere in questo posticino i tuoi pensieri.

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